Romanzi Atti umani소년이 온다

Han Kang   |   한강

본문

  • Titolo
    Atti umani
  • Autore
    Han Kang
  • Traduttore
    Milena Zemira Ciccimarra
  • Casa Editrice
    Adelphi
  • Anno di pubblicazione
    2017
  • Genere
    Romanzi
Una palestra comunale, decine di cadaveri che saturano l’aria di un «orribile tanfo putrido». Siamo a Gwangju, in Corea del Sud, nel maggio 1980: dopo il colpo di Stato di Chun Doo-hwan, in tutto il paese vige la legge marziale. Quando i militari hanno aperto il fuoco su un corteo di protesta è iniziata l’insurrezione, seguita da brutali rappresaglie; Atti umani è il coro polifonico dei vivi e dei morti di una carneficina mai veramente narrata in Occidente. Conosciamo il quindicenne Dong-ho, alla ricerca di un amico scomparso; Eun-sook, la redattrice che ha assaggiato il «rullo inchiostratore» della censura e i «sette schiaffi» di un interrogatorio; l’anonimo prigioniero che ha avuto la sfortuna di sopravvivere; la giovane operaia calpestata a sangue da un poliziotto in borghese. Dopo il massacro, ancora anni di carcere, sevizie, delazioni, dinieghi; al volgere del millennio stentate aperture, parziali ammissioni, tardive commemorazioni. Han Kang, con il terso, spietato lirismo della sua scrittura, scruta tante vite dilaniate, racconta oggi l’indicibile, le laceranti dissonanze di un passato che si voleva cancellato.

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fabbri님의 댓글

maya 작성일

Han Kang utilizza una narrazione intricata in questo romanzo, utilizzando molti punti di vista diversi e anche diversi tempi narrativi, in questo modo aiuta i lettori a comprendere appieno le difficoltà vissute dai personaggi, quasi come se scorressero davanti ai loro occhi mentre leggono le pagine. Il romanzo è organizzato in varie parti, ognuna delle quali mostra personaggi diversi, ma uniti dalla loro storia post e pre-Rivolta.
In questo romanzo, Han Kang utilizza prospettive mutevoli, che illustrano l'impatto della rivolta su persone di diversa estrazione, evidenziando il dolore collettivo. Anche la linea temporale non è lineare, alternando passato e presente per mostrare gli effetti duraturi della rivolta di Gwangju sulle vite dei personaggi. Questa tecnica narrativa enfatizza come traumi e ricordi possano riaffiorare, mentre i personaggi cercano di andare avanti. Il romanzo si apre durante una rivolta studentesca a Gwangju, in Corea del Sud, nel 1980. Inizia con il tragico evento in cui molti studenti vengono uccisi mentre protestano contro un governo militare. Il protagonista, che è solo un ragazzino, Dong-ho, viene coinvolto nelle proteste e rimane profondamente scioccato dal trauma della morte dei suoi amici. Man mano che la storia procede, il lettore si collega a una serie di storie che abbracciano diversi anni. Infatti, ogni capitolo mostra la prospettiva di un personaggio diverso dal precedente.
Nel capitolo assistiamo a una vivida descrizione del caos e della brutalità mentre Dong-ho, cercando di aiutare il più possibile, si muove per le strade insanguinate cercando di dare un senso a tutto quell'orrore e quella paura. Nel capitolo successivo ci troviamo di fronte a un altro personaggio coinvolto, un'adolescente di nome Eun-sook che sta cercando il corpo del suo amico morto, e a un altro personaggio ancora, un prigioniero di nome Jeong-dae che viene torturato dai suoi carcerieri. Ogni personaggio deve confrontarsi con il proprio senso di colpa, il proprio trauma e il proprio senso di responsabilità in seguito alle proteste. Il punto chiave del romanzo è come un individuo possa affrontare il trauma; infatti, Han Kang descrive personaggi che affrontano proprio questo attraverso sfide agghiaccianti per la sopravvivenza di se stessi e della propria mente, poiché queste esperienze lasciano ferite e cicatrici nella storia come nell'animo umano.
Han Kang incoraggia i lettori a riflettere sui ricordi personali e collettivi che plasmano la nostra comprensione della storia. Il romanzo ci costringe ad andare oltre i numeri e le statistiche e a riconoscere le persone reali che si celano dietro di essi, persone come noi con desideri infranti. La storia di ogni personaggio contribuisce a una narrazione più ampia, illustrando come la violenza possa propagarsi attraverso famiglie, amicizie e intere comunità. Inoltre, il rischio della soppressione della voce e della distorsione della realtà è importante e sottolineato, come possiamo vedere anche nel film "Taxi Driver", un'eccellente testimonianza per le generazioni future, perché dimenticare non è accettabile e la soppressione della voce del popolo è barbara. Abbiamo infatti visto come la censura abbia danneggiato ciò che è accaduto, e con il romanzo chiariamo l'importanza di ricordare, sempre e comunque, e onorare coloro che hanno subito la violenza. Per gli studenti, questo serve come potente promemoria di come la letteratura possa resistere all'oppressione e preservare la storia.
Il punto di vista da cui si legge è spesso fondamentale, come in questo caso, perché aiuta a entrare nella mente di chi parla, a percepire i suoi sentimenti e a sperimentare ciò che prova, in breve, a guardare con gli occhi del personaggio. Han Kang alterna le prospettive di vari personaggi, il che permette ai lettori di comprendere meglio le emozioni di ciascuno. Han Kang non si trattiene nel descrivere dettagliatamente la brutalità della guerra, l'orrore del sangue e dei cadaveri e il loro impatto traumatico sui sopravvissuti, che forse non torneranno mai più gli stessi di prima, troppo segnati da quelle cicatrici così profonde.
Considerando diversi punti di vista, possiamo anche guardare gli eventi da altri punti di vista, comprendendo meglio i personaggi e le loro scelte. La Rivolta Democratica del 18 maggio fu inizialmente definita una ribellione dal governo militare, etichettando ingiustamente la popolazione di Gwangju come ribelle. Tuttavia, una raccolta di documenti ha mostrato cosa accadde realmente in quei giorni, il che va contro la narrazione ufficiale.
Sia coraggiosi giornalisti che persone comuni hanno messo a rischio la propria vita per proteggere questi importanti documenti, che si sono rivelati preziosi per comprendere questa parte della storia coreana, insieme alle fotografie e ai video girati da queste persone durante le violenze attuate dal governo in quei terribili nove giorni che portarono alla morte di migliaia di persone, mentre i soldati reprimevano duramente le pacifiche proteste studentesche. La postmemoria è il modo in cui le generazioni future si collegano al trauma vissuto da coloro che le hanno precedute, soprattutto per quanto riguarda l'Olocausto.
A differenza della memoria diretta, quindi qualcosa che una persona sperimenta in prima persona, la postmemoria viene trasmessa da persona a persona attraverso storie e azioni, portando con sé un forte peso emotivo. La letteratura della seconda generazione affronta spesso le lotte emotive, ma la postmemoria mescola sentimenti diretti con espressioni indirette. In questo modo, questo concetto spinge tutti a riconsiderare il modo in cui comprendiamo le esperienze passate.

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Scotto님의 댓글

Denise 작성일

“Atti umani” di Han Kang è un romanzo che racconta in modo spietato e preciso la Strage di Gwangju: una macchia indelebile sulla coscienza collettiva della Corea del Sud, a lungo nascosta e mistificata. Attraverso voci diverse e piani temporali che oscillano tra passato e presente, l’autrice segue il giovane Dong-ho, uno studente delle medie ucciso per aver aiutato i volontari durante i dieci giorni della rivolta, e chi gli è sopravvissuto, rivelando la brutalità della repressione militare e il trauma condiviso che ne è scaturito.
Ogni capitolo dà voce a chi ha visto la propria esistenza spezzata: amici, familiari, testimoni, vittime e sopravvissuti che convivono con un dolore senza consolazione e con il peso della colpa di essere ancora vivi. Non c’è retorica né consolazione: Han Kang restituisce l’orrore nudo della storia e la sua irragionevolezza, permettendo al lettore di attraversare la vita e la morte di queste persone e di condividere rabbia, sgomento e un senso di ingiustizia insanabile.
Se per molti personaggi la morte appare come l’unica via per placare sofferenza e colpa, l’opera apre una possibilità diversa: la scrittura come atto umano capace di sopravvivere alla violenza. Ricordare diventa resistere. Nessun regime può cancellare ciò che qualcuno sceglie di raccontare, e le vittime restano vive nel momento in cui la loro storia viene affidata alle parole. Il titolo italiano sottolinea, così, la coralità delle esperienze e la dimensione collettiva del trauma, mentre l’originale coreano, “소년이 온다”, pone al centro Dong-ho, simbolo di un’intera generazione colpita.
La scrittura diventa gesto di resistenza e di pietà, strumento per preservare vite annientate e impedire all’oblio di prevalere. In questo modo Han Kang trasforma un lutto privato e nazionale in testimonianza universale, mostrando come ricordare significhi restituire dignità ai morti e responsabilità ai vivi. Leggerla è un’esperienza che lascia segni profondi: la sua lucidità spietata illumina gli abissi della crudeltà umana senza spettacolarizzare il dolore. Le sue immagini, taglienti e indimenticabili, ci costringono a custodire quegli orrori come parte della nostra fragile e dolorosa memoria collettiva.

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Scaranari님의 댓글

SvevaScaranari 작성일

Immaginate saper scrivere in maniera talmente tagliente e poetica da meritarvi un premio Nobel per la Letteratura. Han Kang ne sa qualcosa. Un’autrice ossimorica, capace di parlare di un evento che ciascuno di noi avrebbe potuto vivere sulla propria pelle, ma in un modo delicatamente brutale. Una scrittrice sublime, che esplora legami tangibili e intangibili fra traumi storici e coscienza collettiva, vita e morte, corpo e anima.
In particolare, Atti Umani tenta di comprendere a fondo l’umanità e la mancanza di essa, permettendoci di scavare a fondo dentro noi stessi. Il libro è un potente testamento, una poesia violenta, arricchita da una polifonia di voci inaspettate, che ci impedisce di lasciarci indifferenti. Sfogliare ogni pagina, addentrarsi nella storia, avere lo stomaco in subbuglio per l’incredulità nei confronti di ciò che si legge. Perché tutti coloro che sono coinvolti nella storia e negli eventi rivoltosi del Maggio 1980 a Gwangju, sono protagonisti diretti o meno di una tragedia alla quale nessuno avrebbe dovuto prendere parte. Atti umani è un’indagine nel cuore dell’indicibile umano. Bisogna essere pronti ad affrontarlo, ci vuole coraggio. E farlo significa confrontarsi con una dolorosa verità: ognuno di noi è semplicemente un essere umano.
L’autrice è originaria di Gwangju, quindi ripercorrere una storia fatta di dolore, perdita ed umanità nuda e cruda non può che essere stato un percorso pieno di tormento e introspezione. Questi sentimenti permeano il romanzo, che esplora cosa vuol dire essere umano e quali azioni definiscono la nostra umanità. Viene spontaneo pensare ad Anna Arendt e al suo saggio La Banalità del Male a partire dalla riflessione di Han Kang nel suo stesso testo, che parla con molta sensibilità e franchezza di un sentimento di sopraffazione nei confronti delle azioni che ci rendono umani. Han Kang, sulle tracce di Arendt, sfida il lettore a distinguere tra azioni che ci avvicinano agli altri e quelle che allontanano dalla nostra umanità. Quali sono questi atti umani? Cos’è che ci rende umano e cosa disumano? Lo spettro dell’umanità è molto ampio, ricco di sfaccettature. E questo breve ed intenso romanzo ne è la prova tangibile. Offre perciò una visione critica nei confronti di un sistema che disumanizza gli individui, proponendo così un testo che funge da monito contro l’oblio, una lente che ci fa comprendere con quanta banalità il male si insinua tra noi, che scegliamo deliberatamente di metterlo in pratica.
Il lavoro di ricerca dell’autrice riesce con successo nel suo intento di indurre una riflessione sulla dicotomia umano-disumano e vivo-morto. Un testamento per la voce di chi non c’è più, un’auto infliggersi lo stesso dolore provato da chi è morto, da chi è stato torturato, stuprato, abusato, picchiato, per prendere coscienza di atti (non) umani accaduti appena quarant’anni fa. Una critica violenta ma allo stesso tempo delicata, un ossimoro che è valso ad Han Kang un premio Nobel. È riscontrabile una certa vitalità nel mantenere aperto il discorso su una tragedia che è recente, lottando contro il dolore e il trauma, per mantenere viva la memoria e per rendere giustizia a chi lottava, e a chi fu vittima. Un dialogo fra la vita e la morte, fra la memoria individuale e quella collettiva. A tal proposito, uno dei passaggi più evocativi e toccanti, che mi porta spesso a ripensare a questo libro, è il capitolo che riassume il punto di vista di Jeong-dae, morto, che descrive il periodo di limbo nella fossa comune mentre il suo corpo si decompone. Io penso che questo passaggio sia esemplare, originale e assolutamente significativo, soprattutto per via della strategia attraverso la quale viene data voce anche ad un ragazzino ormai morto, la cui anima non si stacca dal proprio corpo. Al contrario, pensa al suo amico, si chiede dove sarà sua sorella, riflette sul suo bisogno di ricordi e di vivere in essi. Di vivere l’aria dell’estate sfrecciando in bicicletta, di sentire le carezze di sua sorella, di ridere con Dong-ho, di vedere la rosa canina sbocciare nel giardino di casa sua.
Nasce da qui il tentativo di tenere traccia, di mettere nero su bianco una malvagità che è totalmente umana, che scaturisce dal ricordo macchiato di terrore di chi ha vissuto questa drammatica carneficina, condensata nello stile narrativo di Han Kang, la quale fa quasi sembrare tutto un sogno, un’evanescenza. Ricordare diventa un processo attivo per interrogarsi sul proprio ruolo nella storia. Siamo messi di fronte alla brutalità di una realtà storica, e ci viene chiesto di ricordare e di porci sempre la stessa domanda—cosa vuol dire essere umano? Quando è che si fa un passo oltre e si diventa qualcos’altro, preservando i caratteri somatici dell’uomo ma perdendo qualche tratto che ci rende uguale agli altri. Quanto è fragile la vita umana?
Facendo un passo indietro, vorrei dedicare qualche riflessione anche sulla modalità di dare voce ai protagonisti che Han Kang ha scelto. Per esempio, la scelta dare del tu a Dong-ho, il protagonista più giovane della vicenda, che da inizio alla pluralità di voci alle quali il lettore presta attenzione. Questa strategia rende ancora più spiazzante ed atroce la lettura, poiché con l’uso della seconda persona singolare ci sentiamo ancora più coinvolti, trascinati in una dimensione intima e dolorosa. L’autrice si rivolge a Dong-ho, ma Dong-ho non è forse un ragazzino come lo siamo stati tutti quanti? Ciò che è successo a lui non sarebbe potuto capitare a chiunque? Forse sì, forse no. È ancora più straziante sapere che il personaggio di Dong-ho è basato su Moon Jae-hak, quindicenne che fu realmente vittima durante il massacro da parte dell’esercito. Entrambe diventano sinonimo di un’innocenza strappata al mondo, aggiungendo un senso di impotenza dentro alla quale siamo trascinati. La narrazione in seconda persona dedicata a Dong-ho ci coinvolge in maniera personale, rendendo ancora più devastante il suo destino, e collegando le storie del resto del coro di voci, unite dall’avere sperimentato una tragedia simile alla sua. La scelta di lasciare parlare in forme e stili diversi i protagonisti e di concentrarsi non esclusivamente sull’evento stesso ma su quello che accade dopo, e lasciare spazio a come ciascuno di loro convive con il trauma, è vincente e lacerante. Una strategia che inquadra appieno l’umanità e l’ordinarietà dell’esistenza di queste persone travolte da vicende drammatiche che purtroppo le uniscono, rendendo il testo sfumato, stratificato, permettendo al lettore di valutare da sé a cosa si riferisce il titolo di questo romanzo.
La potenza evocativa di Han Kang è quindi la sua forza narrativa. Esempio a parer mio lampante è la riflessione poetica di Dong-ho che canta da solo l’inno nazionale (inno nazionale che cantano i manifestanti quando l’esercito spara loro contro), “ibischi e tremila ri di montagne e fiumi stupendi”. Proseguiamo leggendo un concatenarsi di pensieri e suggestioni: Dong-ho riflette prima sul carattere cinese per ‘fiori’ e ‘stupendo’, domandandosi se nel testo dell’inno si intenda che le montagne e i fiori hanno dei fiori stupendi o se sono stupende come fiori. L’intera immagine è uno schiaffo colmo di poesia ossimorica e antitetica: Dong-ho che pensa a qualcosa di canonicamente piacevole e bello come la natura, mentre siede sui gelidi gradini della palestra ormai abitata da cadaveri martoriati e in decomposizione. Dong-ho che vede l’albero di gingko di fronte all’ufficio provinciale, le foglie che si muovono animate dal vento, appese fragilmente ai rami, come la sua stessa vita. Dong-ho che pensa in maniera sconnessa ai malvoni del giardino di casa che durante l’estate crescono più alti di lui, che è nel fiore della sua adolescenza. C’è una frase, più avanti del libro, che lascia con una sensazione di impotenza infinita, quando, morto, il suo amico Jeong-dae pensa al “desiderio di essere più alto”. Di superare in altezza i malvoni che crescono d’estate—gli stessi ai quali pensa Dong-ho. Dong-ho non avrà mai più la possibilità di crescere, Jeong-dae nemmeno.
Han Kang rende testimoni i lettori di un orrore impossibile da ignorare e che stimola un'empatia profonda, che non ci lascia il conforto del distacco. Ci sentiamo anche noi perseguitati da quel putrido tanfo che emanano i cadaveri radunati nella palestra; abbiamo tutti un groppo in gola quando apprendiamo che il cadavere di Jeong-dae è gettato banalmente in una fossa comune; chiudiamo gli occhi ed esaliamo un sospiro tremante al leggere delle torture inflitte a Seon-ju; ci si spezza il cuore per Jin-su e il suo senso di colpa.
È quindi giusto concludere pensando all’attualità delle parole di Han Kang quando attraverso la voce del prigioniero compagno di cella di Jin-su dice “A Gwangju è successo esattamente lo stesso che nell’isola di Jeju, nel Kwantung e a Nanchino, e su tutto il continente americano quando ancora era conosciuto come il Nuovo Mondo, ovunque con una brutalità talmente invariata che è come se fosse impressa nel nostro codice genetico. Mi costringo a non dimenticare mai che ogni singola persona che incontro appartiene alla razza umana”. Parole che dovrebbe colpire la coscienza di ciascuno di noi, per la puntualità dell’autrice nel ricordarci che gli eventi di Gwangju sono una ripetizione di un’abitudine umana al ricorrere al male perpetrato ancora oggi. Siamo tutti umani, e spetta a noi scegliere di agire come tali.
Atti Umani è poesia e denuncia, memoria e dolore: una testimonianza indimenticabile di ciò che significa essere umani di fronte all’indicibile. Non è un romanzo che consola, ma che smuove, interroga. Non è un semplice libro da leggere, ma è un’esperienza da fare, sebbene dilaniante, un viaggio nella parte più oscura e fragile dell’umanità. Leggere Atti Umani è accettare di essere attraversati da una storia colma di orrore e dolore, che tuttavia ci appartiene come essere umani.